Piero della Francesca

Piero della Francesca nacque a Borgo Sansepolcro nel 1415-20. Si formò a Firenze dove collaborò per la riparazione degli affreschi perduti del coro di S. Egidio a Firenze. Piero della Francesca è uno degli artisti cardine del Rinascimento italiano: le prime opere, collocabili anteriormente al 1450, ci mostrano il personale carattere dell'artista: struttura prospettica rigorosissima, perfezione dei volumi geometrici, rappresentazione di figure grandiose immerse in un'atmosfera dalla luminosità diffusa, sottile quasi astratta che mantiene i personaggi come sospesi nel tempo.Benché sia uno dei massimi artisti del Quattrocento, di Piero della Francesca si sa relativamente poco. Ci sono per esempio dei punti oscuri sulla sua formazione: i primi documenti che lo riguardano risalgono ai primi anni Trenta, dopodiché viene menzionato in un documento del 1439, quando era collaboratore di Domenico Veneziano, mentre nel 1445, a trentatré anni, gli viene già commissionata la sua prima opera importante, ovvero il Polittico della Misericordia.


Piero della Francesca è stato uno degli artisti più influenti del suo tempo, e la sua arte ha fornito suggestioni a molti pittori della generazione successiva, alcuni dei quali, come Luca Signorelli e Perugino, furono anche suoi allievi diretti, mentre altri, come Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Melozzo da Forlì e Raffaello Sanzio, sono comunque legati a Piero della Francesca, uno dei pittori più importanti della storia dell’arte.

Pala Brera


La Madonna è seduta frontalmente su un trono al centro della grande Pala di Piero della Francesca. Unisce le mani di fronte al petto in segno di preghiera. I suoi occhi sono abbassati e pare guardare in basso verso Gesù addormentato. Il Bambino è disteso sulle ginocchia di Maria. Il suo braccio sinistro è appoggiato sul fianco mentre il destro è ripiegato sotto il capo a formare un sostegno.
La Vergine indossa un abito giallo decorato con motivi in porpora. L’ampio mantello blu scuro, invece, la copre interamente. Il tessuto, in alto e in basso, è decorato con un nastro a motivi floreali. Sul capo, invece una cuffia a fettucce raccoglie i capelli. Gesù Bambino è nudo e porta un pezzetto di corallo intorno al collo. Sotto di lui è steso un panno bianco. Tre anziani Santi sono raggruppati a destra e altri tre a sinistra. Quattro giovani angeli invece sono allineati frontalmente dietro a Maria. Assumono pose ferme e composte e osservano verso il devoto. La scena religiosa è ospitata all’interno di una chiesa di stile rinascimentale. Gli angeli sono in piedi su un piano rialzato. Sopra di loro poi si apre un’abside coperto da una volta a botte con cassettoni. Sulla parete frontale è rappresentata una grande valva di capasanta. Dal suo interno pende un uovo.

Dittico dei Duchi di Urbino


I dipinti sono stati realizzati con la tecnica a olio, innovativa per il pittore, che può essere stato influenzato dal contatto con i pittori fiamminghi durante la sua permanenza alla corte di Urbino, fra cui Giusto di Gand. Ad oggi le due opere sono state separate, ma in passato erano unite da una cornice unica.
I profili dei due sovrani sono immobili e solenni e si stagliano in una luce chiarissima e sullo sfondo si delinea un paesaggio lontano, che mette in risalto il primo piano di entrambe le figure. Il pittore ha elevato in maniera mirabile i due personaggi, riuscendo a rendere perfettamente la loro superiorità morale e facendoli apparire quasi come idealmente eterni. Nel ritratto di Battista Sforza, il rubino centrale simboleggia amore e carità, virtù che tornano sotto forma di allegoria fra le figure femminili intorno alla duchessa in trionfo sul retro del dipinto. Nel ritratto di Federico si nota la sua figura possente, incorniciata dal rosso carico della veste e del cappello, che stacca il profilo dallo sfondo. La data precisa in cui venne dipinto il Doppio ritratto non è nota, ma è certo che sia stato realizzato dall’artista a Urbino. Il ritratto che raffigura Federico da Montefeltro non presenta insegne onorifiche e si presume che nel 1465 fosse già stato ultimato. Invece, il ritratto della moglie Battista Sforza è stato realizzato dopo la sua morte, avvenuta nel 1472, appena 27 anni dopo aver partorito il figlio Guidobaldo. A far avanzare questa ipotesi è l’iscrizione al passato che Piero della Francesca ha apposto sul ritratto della moglie di Federico.

La Flagellazione


L’opera di Piero della Francesca fu ritrovata all’interno della sagrestia del Duomo di Urbino nel 1839 dal pittore tedesco Johann David Passavant. Il dipinto fu notato dallo storico dell’arte Giovan Battista Cavalcaselle, che ne ordinò il primo restauro intorno al 1870. Nel 1915 la tavola fu trasferita a Palazzo Ducale di Urbino, dove tuttora si trova.
Nulla si sa sulla datazione del dipinto né sulla sua committenza e sulla sua destinazione d’origine, temi molto dibattuti fra gli storici dell’arte. L’opera fu presumibilmente realizzata da nell’arco temporale che va dal 1444 al 1472, ma la maggior parte degli studiosi concorda su una datazione attorno al 1458-1459.
La Flagellazione di Cristo rappresenta due scene distinte, ma in realtà molto legate fra loro: in primo piano sulla destra, troviamo tre uomini vestiti secondo la moda dell’epoca, intenti a conversare su una strada circondata da edifici di stile rinascimentale. L’uomo al centro, a differenza degli altri due, è raffigurato scalzo e con lo sguardo rivolto verso l’alto, quasi estraneo alla discussione. Alla scena ambientata all’esterno, corrisponde simmetricamente quella sulla sinistra in secondo piano, ambientata all’interno di un edificio classicheggiante. La scena raffigura l’episodio della Flagellazione, in cui Cristo legato alla colonna è circondato da tre uomini che si preparano a colpirlo sotto gli occhi di Ponzio Pilato, seduto su un trono sulla sinistra. L’intera scena appare come sospesa, tutti i personaggi sembrano immobili, immortalati in una posizione solenne. Secondo l’interpretazione tradizionale, il dipinto fu commissionato da Federico da Montefeltro per commemorare Oddantonio I, suo fratellastro e predecessore, rimasto ucciso durante la congiura del 1444: nel dipinto, Oddantonio è identificato con l’uomo scalzo dai capelli biondi, che corrisponde simmetricamente alla figura di Cristo sulla sinistra, richiamando il suo “sacrificio”.
Un’altra ipotesi ritiene che il dipinto contenga un significato simbolico che allude agli avvenimenti storici dell’epoca e alle sofferenze della Chiesa cattolica, che nel 1453 vide la caduta di Costantinopoli per mano dei turchi e la preparazione di una crociata anti-ottomana (poi non partita) da parte di Papa Pio II. In questo senso, l’uomo col turbante, raffigurato di spalle mentre osserva impassibile la flagellazione di Cristo, rappresenterebbe la religione islamica che minaccia quella cattolica.

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